Sanità, welfare non autosufficienza. Presentato oggi a Roma il Documento Programmatico Cisl

“Grazie a tutti di essere con noi questa mattina. Grazie in particolare alla Ministra Calderone, al Ministro Schillaci e al presidente Fedriga.Interpretiamo la vostra presenza qui, oggi, come un segno ulteriore della volontà del Governo di procedere concretamente lungo la strada del dialogo sociale”. Così il Segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra nel corso dell’iniziativa oggi nella sua relazione presentando oggi a Roma al Teatro Massimo il Documento programmatico Cisl per il rilancio della sanità pubblica, dei servizi socio-assistenziali, del sostegno alla non autosufficienza nel corso dell’iniziativa Cisl, Fnp Cisl, Cisl Fp e Cisl Medici dal titolo “La cura della persona, il valore del lavoro”.
Al convegno, moderato da Giuseppe De Filippi, prenderanno parte il Segretario confederale Ignazio Ganga, il Segretario generale Fnp Cisl, Emilio Didonè, il Segretario generale Fp CIsl, Maurizio Petriccioli, il Presidente della conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, la Ministra del Lavoro, Elvira Calderone, il Ministro della Salute Orazio Schillaci.
Le conclusioni sono affidate al Segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra,

“Una strada, quella del dialogo sociale – ha sottolineato il leader della Cisl – che dopo mesi di interruzione è stata riaperta il 30 maggio ed è proseguita, a giugno, con la convocazione di importanti tavoli di confronto. A cominciare proprio da quelli su salute e sicurezza del lavoro, su pensioni e previdenza e su sanità e contratti di settore pubblici e privati. Era l’obiettivo che la Cisl aveva dato alla mobilitazione sindacale delle settimane precedenti” ha ricordato. “Nessun preconcetto o posizione ideologica. Nessuna astrazione o tentazione di trincerarsi dietro proclami incapaci di produrre avanzamenti concreti. Volevamo si recuperasse un metodo. L’unico che possa permettere di raggiungere i risultati che servono ai lavoratori e ai pensionati di questo Paese. Quello del confronto, della corresponsabilità, della compartecipazione. Dopo di che, nel merito, pancia a terra e carte scoperte. Perché di tempo ne è rimasto davvero poco ed è arrivato il momento dei fatti. Noi a quelli stiamo e staremo. Inchiodati ai negoziati. Valutando proposte e misure sulla base della loro corrispondenza alle priorità dell’Agenda sociale. A cominciare proprio dalla Sanità.- ha sottolineato ancora – Dal rafforzare il sistema salute di questo Paese. Per migliorarne il volto e il funzionamento. Per garantire l’universalità e la qualità sanciti dall’articolo 32 della Costituzione”.

Sbarra ha poi sottolineato l l’esigenza di muoversi su due piani contemporaneamente di fronte a tutte le grandi questioni che si sono aperte: “Quello immediato, delle risposte da dare ai problemi più urgenti gravanti sui lavoratori e le famiglie italiane, sulle nostre imprese, sulla nostra economia. E quello più ampio, di prospettiva, riguardante le indispensabili scelte strategiche da fare in tutti i terreni su cui si gioca la partita dell’Italia del futuro. Bene: il settore della Sanità è talmente cruciale, talmente importante per la vita dei cittadini e l’intero assetto del Paese, che qui urgenza e prospettiva si intrecciano, si sovrappongono.

Ci sono risposte da dare subito, – ha detto – perché i bisogni delle persone non consentono attese e rinvii. E da dare nel modo migliore, con una visione. Perché quello che si farà oggi, o che al contrario non si riuscirà a fare, deciderà non solo l’oggi, ma anche il domani. Nostro. E delle generazioni che verranno. Non partiamo da una situazione semplice, questo lo sappiamo bene – ha aggiunto ricordando che “la realtà della Sanità italiana è stata evidenziata chiaramente dall’emergenza Covid, quando si è capito che la pandemia stava avendo un effetto “rivelatore”.

In positivo: perché tutti abbiamo potuto toccare con mano la professionalità, il sacrificio, l’eroismo di tantissimi infermieri, medici e operatori sanitari impegnati ogni giorno a fronteggiare una situazione drammatica. E poi perché il Sistema sanitario nazionale ha garantito a tutti i malati più gravi la possibilità di un ricovero e le vaccinazioni sono state fatte a tappeto in regime pubblico.

Ma al tempo stesso in negativo: perché ad essere state messe in evidenza sono state anche le pericolose debolezze del nostro sistema sanitario e sociosanitario. I suoi limiti strutturali, le sue vulnerabilità, le molte criticità.

Dovute tutte ad una lunga stagione in cui alla parola “sanità” se ne è sempre puntualmente affiancata un’altra: “tagli”. O, con un po’ più di pudore, “razionalizzazioni”: sia dal punto di vista dei finanziamenti, sia da quello dei servizi. Uguale però la sostanza: un sistema colpito e depotenziato da continue riorganizzazioni, riduzioni del personale, piani di rientro, accorpamenti ed eliminazione di presìdi territoriali.

Parliamo di 37 miliardi sottratti alla salute pubblica dal 2010 al 2020. Di scelte drastiche e sbagliate che hanno portato ad una carenza di circa 70mila infermieri e di oltre 18mila medici, cifra destinata ad aumentare per via dell’elevata età media e ad arrivare, tra non molto, a 50 mila.

Parliamo di medicina territoriale mortificata e dimenticata e di un sistema ospedale-centrico privo di investimenti adeguati. La fotografia è quella di una Sanità pubblica dimenticata e malata. Sia che la si scatti mettendo a fuoco la situazione di chi, lavorando, anima il sistema salute. Sia che lo si faccia osservando l’altro lato della medaglia, vale a dire la condizione dei pazienti. Personale ridotto all’osso, mancato ricambio generazionale, incremento del precariato. “Come stupirsi della “grande fuga” dal sistema Sanitario – ha osservato il leader della Cisl – se con gli stipendi più bassi d’Europa e condizioni di lavoro sempre più dure, che impongono anche doppi turni senza riposo, tra medici e infermieri. Magari per lavorare a gettone o per andare direttamente all’estero: miglior trattamento economico, migliore ambiente professionale e qualità della vita.

E ancora: ospedali obsoleti e insicuri, 100 mila posti letto che mancano, Pronto soccorso al collasso, il peggioramento disastroso di liste d’attesa ormai interminabili. Come non vedere che è in corso un’altra “fuga”: quella di chi, potendoselo permettere, si rivolge al privato per visite specialistiche e interventi? – ha sottolineato ancora ricordando come sia “in costante crescita il costo che gli italiani sostengono di tasca propria per curarsi: è l’Istat a dire che la spesa diretta per privati delle famiglie, pari a 34,4 miliardi nel 2012, è arrivata a 41 miliardi di euro.

Con l’ultimo Rapporto Censis a sottolineare che “il ricorso alla Sanità a pagamento è l’esito di prestazioni prescritte da medici che i cittadini non riescono ad avere in tempi adeguati”. In buona sostanza: chi può paga, gli altri aspettano. O addirittura, rinunciano. Cosa che sono costretti a fare soprattutto gli anziani. È evidente che viviamo una situazione che rende pressoché impossibile garantire Livelli essenziali di assistenza omogenei sul territorio nazionale. Con le diseguaglianze geografiche e socio-economiche che si ampliano e si fanno sempre più marcate e insopportabili. Due Italie. Diversi italiani. Nord e Sud. Grandi città e aree interne. Pazienti di “serie A” e pazienti di “serie B”. E qui voglio tornare a quella consapevolezza maturata durante il tempo più buio della pandemia.

Quando sembrava essere diventato finalmente patrimonio acquisito il fatto che uno dei pilastri fondamentali su cui il nostro Paese deve poggiare è proprio un Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale, efficace ed efficiente. Dico “sembrava”, perché superata la fase dell’emergenza, quel “mai più” riferito ai continui risparmi e tagli sulla Sanità, si è fatto meno convinto, meno forte.

Fino a sbiadire, e a diventare l’ennesima voce al ribasso, in un DEF che prevede una decrescita della spesa sanitaria: dal 6,7 per cento del Pil nel 2023 al 6,2 per cento nel 2025. Sì, il finanziamento del Fondo sanitario nazionale in termini assoluti cresce, ma non abbastanza.

E sappiamo quanto abbiano pesato e stiano pesando inflazione e costi energetici, motivo per cui si tratta di rafforzarlo. E poi perché i soldi si pesano proprio rispetto al Pil. E noi, da questo punto di vista, stiamo tornando indietro addirittura rispetto al pre-pandemia, visto che nel 2019 eravamo al 6,4 per cento.

Non c’è niente da fare: il nodo stringente continua ad essere quello delle risorse. E in tal senso, nonostante le nuvole preoccupanti che si stanno addensando su di esso, motivo per cui insistiamo per la definizione di una vera governance partecipata coinvolgendo le parti sociali, la chiave di volta resta il PNRR.

Il PNRR con suoi progetti, contenuti nella Missione 6, per realizzare la riforma della medicina territoriale e allineare i servizi ai bisogni di cura dei pazienti in ogni area del Paese, per migliorare le dotazioni infrastrutturali e tecnologiche e promuovere la ricerca e l’innovazione. Il PNRR con le sue risorse: sommando gli stanziamenti del React Eu e quelli del Fondo complementare nazionale, sono oltre 20 miliardi di euro. Ai quali, peraltro, continuiamo a pensare si potrebbe aggiungere almeno una parte del 36 miliardi messi a disposizione dal Mes sanitario. In un caso o nell’altro, ci sono le risorse per iniziare a cambiare il nostro Sistema sanitario nel segno della prossimità, dell’innovazione e dell’uguaglianza.

Sono questi i tre principi da seguire, i tre pilastri da costruire.

Si tratta di lasciarci alle spalle il passato, di rivoluzionare il vecchio modello focalizzato sulla patologia e di disegnarne uno nuovo centrato sulla salute e sulla prevenzione. Dobbiamo voltare pagina e recuperare il terreno perduto.

Vanno rinnovati i contratti nazionali sia per la Sanità pubblica che per quella privata, garantendo parità di trattamento a fronte dello stesso lavoro e adeguando le retribuzioni alla media degli altri Paesi europei. E vanno allargati gli spazi della contrattazione decentrata.

Bisogna intervenire sulle carenze degli organici, perché non si può pensare di riempire il vuoto strutturale con misure tampone come il ricorso a personale straniero o richiamando chi è in pensione.
Vanno sbloccate assunzioni e stabilizzazioni: la de-precarizzazione del sistema e il superamento del gap occupazionale sono fondamentali per restituire agli italiani una Sanità di qualità.

In questo senso la necessità del superamento dei tetti di spesa sul personale è una priorità non più rinviabile. Anche abolire il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina dovrebbe essere ipotesi da prendere seriamente in considerazione. Occorre poi sviluppare i servizi socio-sanitari, estendere la medicina di prossimità, rilanciare gli investimenti su telemedicina e ricerca, digitalizzare i servizi, ammodernare strumentazioni e plessi ospedalieri, garantire la sicurezza nei posti di lavoro.

Va rafforzata l’assistenza territoriale per ricostruire la connessione fra ospedale e territorio, che nel PNRR trovano una finalizzazione nelle Case della Comunità, nell’assistenza domiciliare e nello sviluppo delle cure intermedie, con gli Ospedali di Comunità.

E ancora vanno superati conflitti e contraddizioni inaccettabili del Titolo V, va data attuazione da Nord a Sud ai LEP e va supportata la non autosufficienza.

Perché è un tema, questo, che coinvolge quasi 4 milioni di persone: non solo anziani, ma anche tanti che vivono in condizioni di marginalità, fragilità, disabilità, con moltissime famiglie che si trovano di fatto a surrogare servizi in mancanza di un welfare adeguato.

Allora bisogna accelerare il cammino dei decreti attuativi della Delega sulla non Autosufficienza, rendere il percorso davvero partecipato e permettere anche all’Italia, come tutti i grandi paesi europei, di disporre di una vera politica nazionale in materia.

La sfida dell’integrazione socio-sanitaria è decisiva e va raccolta in pieno. E ad ogni modo, di una cosa alla fine possiamo essere sicuri, ed è il motivo per cui abbiamo voluto unire, nel titolo di questa iniziativa, “la cura della persona” e “il valore del lavoro”.

La cosa sicura è che la qualità dei servizi garantiti alle cittadine e ai cittadini italiani è, e sempre sarà, direttamente proporzionale alla qualità del lavoro. Le lavoratrici e i lavoratori restano la colonna portante di qualunque possibile riorganizzazione del sistema socio-sanitario.

Almeno una lezione, appresa in questi anni nei momenti più duri, dobbiamo augurarci non venga mai dimenticata. E anzi, dobbiamo fare in modo che venga tradotta in passi concreti.

La Sanità non è e non può essere considerata un semplice costo. Ogni risorsa investita nel rafforzamento della Sanità è un investimento “ad alto rendimento” per il Paese. Non solo in termini di benessere e coesione sociale, ma anche di sviluppo e ripresa economica.

Per cui, sia questo il momento che segna il ritorno della Sanità pubblica universalistica al centro dell’agenda nazionale e l’apertura di una nuova stagione sul terreno dei diritti e della tutela della salute. Perché anche e soprattutto da qui passa la possibilità di costruire per l’Italia un futuro migliore, nel segno dell’equità, della sostenibilità e dell’inclusione. Anche e soprattutto da qui possiamo definire gli elementi di un grande Patto per lo sviluppo, la coesione e il welfare che metta al centro la qualità del lavoro, delle relazioni industriali, e del dialogo sociale” – ha concluso.


Fonte: cisl.it