Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19

Dati e numeri di una pandemia che dura da oltre 2 anni

Il 18 marzo si celebra la Giornata nazionale in memoria delle vittime della pandemia da COVID-19. Non è un caso che la scelta sia caduta sulla data del 18 marzo, lo stesso giorno del 2020 durante il quale i camion militari prelevarono le bare dei deceduti per COVID-19 dal cimitero di Bergamo, che ormai rischiava il collasso, per trasportarle verso i forni crematori delle regioni circostanti. Un’immagine simbolo di questa immane tragedia. Il 18 marzo 2020 è stato anche il giorno in cui si registrò il maggior numero di decessi su scala nazionale.

È importante ricordare. Noi, che abbiamo visto ciò che accaduto, noi che abbiamo condiviso la sofferenza, la paura, la solitudine di tante persone che purtroppo ci hanno lasciato, e che nei momenti più difficili, non sono stati nemmeno degnamente confortati dai familiari più stretti, abbiamo la responsabilità di non dimenticare.

Non possiamo dimenticare le famiglie, papà, mamme, figli, nipoti e fratelli che non hanno potuto accompagnare in chiesa i loro cari defunti, che non hanno potuto visitare in ospedale i loro malati o gli anziani ospiti delle Rsa.

Non possiamo dimenticare medici, infermieri, soccorritori e operatori sanitari, che hanno cercato e cercano di curare le persone, e di salvare vite umane anche a costo di sacrificare sé stessi e i familiari.

Non possiamo dimenticare l’autotrasportatore, il militare, la forza dell’ordine, il pompiere, l’autista dei mezzi pubblici, il netturbino, l’addetto alle pulizie, la colf, la badante, la cassiera del supermercato.

Ma non dimentichiamoci nemmeno del senso di appartenenza e solidarietà che si era instaurata in quei primi mesi di terrore, quando tappezzavano i nostri balconi con “andrà tutto bene”.

Tutto questo forse lascerà un segno. Questa difficile esperienza, che stiamo ancora vivendo, non passerà nel silenzio, nel dimenticatoio e sicuramente cambierà qualche cosa anche nei nostri rapporti personali, nel prendersi cura delle persone, nel collaborare insieme, nel distinguere il necessario dal superfluo e nella scelta delle priorità più importanti nella nostra vita.

Questa pandemia non è ancora finita e richiede di non dimenticare tutto quello che abbiamo imparato per essere vinta, se non vogliamo tornare indietro nel tempo.

 

Il COVID-19 oggi: dati e numeri di una pandemia che dura da oltre 2 anni

Secondo i dati del settimo Rapporto congiunto Istat e Iss sull’impatto dell’epidemia COVID-19 sulla mortalità totale della popolazione residente (anni 2020-2021 e gennaio 2022), da inizio pandemia è stato registrato un eccesso di mortalità di 178mila decessi in più rispetto alla media 2015 – 2019.

Nel 2020 il totale dei decessi per il complesso delle cause è stato il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra: 746.146 decessi, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso). Nel 2021 il totale dei decessi per il complesso delle cause è in calo rispetto all’anno precedente, anche se rimane su livelli molto alti: 709.035 decessi, 37 mila in meno rispetto al 2020 (-5,0%), ma 63 mila in più rispetto alla media 2015-2019 (+9,8%).   Rispetto al 2020, nel 2021 si registra un incremento dell’eccesso di mortalità nelle regioni del Centro (+1,0%) e del Mezzogiorno (+4,8%). Il calo del numero complessivo di decessi del 2021 rispetto al 2020 è dovuto soprattutto alla diminuzione dei decessi riscontrata al Nord (-13,2%), che è stata la ripartizione più colpita nella prima ondata della pandemia nel 2020.

Gran parte dell’eccesso del 2021 è stato osservato nel primo quadrimestre quando la copertura vaccinale era ancora molto bassa.

La campagna di vaccinazione, iniziata il 27 dicembre 2020, a partire da maggio 2021 ha raggiunto elevati livelli di copertura, soprattutto nelle fasce di età più avanzate (60+). Con il progredire della campagna di vaccinazione, la mortalità è significativamente diminuita a partire dalla 20-esima settimana del 2021: l’82% circa dei decessi nel 2021 è avvenuto nel primo quadrimestre. In particolare, sì è molto ridotta la mortalità Covid19 correlata nella fascia di età 80 anni e più, per la quale, a fine 2021, è stata raggiunta una copertura vaccinale con il ciclo primario pari a circa il 95%.

Il confronto tra ondate epidemiche di COVID-19 in termini di eccesso di mortalità evidenzia che nell’ondata in corso l’impatto sulla mortalità è più contenuto rispetto alle ondate precedenti. Nonostante la diffusione di nuove varianti più trasmissibili, durante il periodo 1° ottobre 2021 – 31 gennaio 2022 si registrano circa 250 mila decessi, 40 mila in meno rispetto a 12 mesi prima, con un calo di oltre il 13%.

Analizzando il contesto europeo, nel 2021 l’andamento dell’eccesso di mortalità nell’Ue ha raggiunto un picco ad aprile (21,0%), quindi è sceso al 10,6% a maggio e ha raggiunto il minimo del 5,6% a luglio. In autunno si è osservato un nuovo rialzo e l’eccesso di mortalità ha raggiunto il 17,7% a ottobre e il 26,5% a novembre 2021 (dati Eurostat).

Rispetto alla media europea, l’Italia ha registrato un eccesso di mortalità più elevato nel mese di novembre 2020 e marzo 2021. A partire da luglio 2021 l’eccesso di mortalità nel nostro Paese scende ben al di sotto della media al riguardo, più di 155.000 decessi per Covid, con media nell’ultima settima di 207 morti al giorno, permettetemi di sottolineare, che sono ancora tanti.

 

L’impatto sulla vita degli anziani

Come noto, la crisi sanitaria del COVID-19 ha colpito in modo particolarmente grave la popolazione anziana europea, con tassi elevatissimi di complicanze, ricoveri e decessi, dice il report. In media, le persone più giovani sono state colpite più duramente in termini di benessere psicologico, e, naturalmente, di occupazione, finanze, e istruzione.

Eurofound ha pubblicato un report dal titolo “COVID-19 and older people: impact on their lives, support and care” (Covid-19 e persone anziane: impatti sulle loro vite, supporto e assistenza), basato su una serie di dati tratti da sondaggi a livello Ue, integrati da indagini nazionali e raccolti dalla primavera del 2020 sino alla metà del 2021. Il report presenta una prima analisi degli impatti della pandemia sulla vita delle persone anziane europee e le risposte ad essa dei governi e della società.

Dal rapporto emerge che, a pochi mesi dallo scoppio della pandemia, il 16% degli anziani europei di età pari o superiore a 80 anni ha riscontrato un peggioramento delle proprie condizioni generali di salute, contro 9% della fascia di età 65-79 e il 7% di quella 50-64. In ogni gruppo di età, le donne hanno dichiarato più frequentemente, rispetto agli uomini, di aver osservato un peggioramento, in generale, della loro salute.

All’interno del quadro delle condizioni generali di salute, forte è stato, in particolare, l’impatto della pandemia sul benessere psicologico degli europei.

Nell’estate del 2020 il 18% degli ultracinquantenni riferiva di sentirsi triste o depresso molto più spesso che prima della pandemia; il gruppo degli ultraottantenni riporta dati preoccupanti con percentuali che arrivano fino al 23%, e, anche qui, per le donne si registrano valori maggiori.

Le percentuali di ultracinquantenni che hanno dichiarato di sentirsi più spesso depressi, rispetto a prima della pandemia, sono state alte in Portogallo (29%), Italia (25%), Spagna (24%) e Malta (23%). Tra i valori più bassi registrati vi sono quelli di Danimarca (con l’8%), Slovenia e Lettonia (9%).

Dato rilevante quello spagnolo, dove, a Barcellona, tra gli ultrasessantacinquenni, il 76% ha avuto esperienza di conseguenze negative su tutta una serie di funzioni cognitive. Percentuali persino più alte per le donne, gli ultraottantenni e le persone con un basso livello di istruzione.     

In Portogallo, fino al 34% delle persone di età pari o superiore ai 65 anni ha riferito di aver fatto uso di farmaci ansiolitici o antidepressivi durante la pandemia, in confronto al 23% della fascia di età 46-65 e del 14% di quella 26-45. Anche se qui la percentuale per la fascia di età 16-25 è più bassa (9%), in tali casi si tratta più spesso di giovani che hanno fatto ricorso per la prima volta all’uso di questi farmaci.

In generale, secondo il rapporto, le persone più anziane hanno espresso paure e preoccupazioni legate alla pandemia più spesso che i gruppi di età più giovane. Secondo un sondaggio danese, il 54% degli ultrasessantenni e il 40% delle persone di età compresa fra i 50 e i 59 anni, ha affermato che l’avvento del COVID-19 ha rappresentato, nel corso della loro vita, per loro stessi e per l’intera Danimarca, l’evento che hanno percepito come il più minaccioso. In un sondaggio italiano del dicembre 2020 oltre il 40% delle persone di età superiore ai 65 anni ha dichiarato di essere molto preoccupato per il COVID-19.

Questo tipo di risposta, soprattutto per le fasce di età un poco più avanti negli anni, può essere legato al fatto che le persone anziane corrono un rischio maggiore di subire severe conseguenze del virus. A confermarlo è anche un sondaggio svedese, secondo il quale tra tutte le fasce d’età, gli ultrassessantenni erano quelli più seriamente preoccupati di contrarre il virus, e un altro sondaggio italiano, secondo cui tra l’estate e l’autunno del 2020 il 61% delle persone con malattie croniche e il 74% degli anziani si dicevano molto preoccupati dalle conseguenze in caso di contrazione de virus.

Anche se il rapporto non opera una vera e propria valutazione dei dati e delle misure prese in risposta alla pandemia – dal momento che di essi se ne stanno ancora osservando riuscita e sviluppo e risultati – sottolinea l’importanza di mantenere, ove possibile, le misure prese e di fare tesoro dell’esperienza drammatica della pandemia per colmare le lacune esistenti nelle politiche,  altresì cercando di essere proattivi e lungimiranti nel prevedere le sfide che potrebbero trovarsi ad affrontare gli anziani, soprattutto quelli in situazioni vulnerabili.

 

Fonte: pensionati.cisl.it

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