Covid, il 31 marzo termina lo stato di emergenza, ma la prudenza è d'obbligo

Dopo sei proroghe, il 31 marzo prossimo dovrebbe finire lo stato di emergenza conseguente alla Pandemia. Lo ha comunicato il Governo, che ha annunciato il superamento della maggior parte delle misure di contrasto alla diffusione del virus.

Dovrebbero venir meno: l’eliminazione dell’uso delle mascherine all’aperto e quello delle mascherine FFP2 in ambito scolastico, il sistema delle zone a colori, la fine delle quarantene da contatto e scuole sempre aperte per tutti. Anche l’uso del Green Pass per le attività all’aperto e per l’accesso nei bar, ristoranti sarà oggetto di discussione nel Consiglio dei Ministri. Di fatto, il Governo sembra intenzionato a “un liberi tutti” generalizzato, con l’obiettivo di riaprire al più presto e di non prorogare lo stato d’emergenza oltre il 31 marzo.

Al riguardo, sono iniziate le chiusure di molti reparti Covid19 in tutti gli ospedali del Paese, ma in particolare è stata smantellata la maxiterapia intensiva alla Fiera di Milano, riaperta per un mese e mezzo anche durante la quarta ondata. Una lieta notizia che, insieme a tante altre, fa supporre che il peggio della pandemia sia davvero passato. Segnali che spronano ad essere ottimisti. Ne abbiamo tanto bisogno, almeno sul fronte sanitario.

Proprio in questi giorni ci siamo improvvisamente trovati ad affrontare altre ansie e altre paure, peggiori di quelle provocati dalla pandemia. È scoppiata una guerra nel cuore dell’Europa, sembrava inimmaginabile ma invece è drammaticamente vera.

Ma cosa dicono i dati epidemiologici sulla pandemia? 
Analizzando i numeri del Ministero della Salute, in parallelo con quelli della Fondazione indipendente Gimbe nel suo consueto Rapporto settimanale (16 – 22 febbraio), è evidente un complessivo miglioramento della situazione epidemiologica con una progressiva riduzione delle nuove infezioni Covid19, che conferma decisamente la discesa della curva pandemica in Italia. Tutti i principali indicatori vanno ormai verso il segno meno, compresi i decessi.

Nella settimana 16 – 22 febbraio, in tutte le Regioni, si rileva una riduzione percentuale di nuovi casi anche se accompagnato da un calo dei tamponi totali. Da quattro settimane i nuovi casi sono in diminuzione. Sono circa 350 mila, con una riduzione del 20,6% rispetto alla settimana precedente e una media mobile a sette giorni che scende da 59.701 casi del 16 febbraio a 49.875 il 22 febbraio (-16,5%).
Stabile la riduzione percentuale della pressione sugli ospedali dove i posti letto occupati da pazienti Covid19 diminuiscono, sia in area medica (- 16,2%) che in terapia intensiva (-19,9%).  Al 22 febbraio il tasso nazionale di occupazione da parte di pazienti Covid19 è del 20% in area medica e del 9,3% in area critica. Ad eccezione di Lombardia, Provincia Autonoma di Trento e Veneto, tutte le Regioni superano la soglia del 15% in area medica; dieci Regioni vanno oltre la soglia del 10% in area critica.
Si conferma anche un’ulteriore riduzione degli ingressi giornalieri in terapia intensiva, la cui media mobile a sette giorni scende a 66 ingressi/giorno rispetto agli 80 della settimana precedente.

Diminuiscono anche i decessi: 1.828 negli ultimi sette giorni (di cui 101 riferiti a periodi precedenti), con una media di 261 al giorno, rispetto ai 310 della settimana precedente. I decessi sono sì in calo ma, a nostro avviso, i dati sia sui contagi che sui decessi sono ancora importanti, e non vogliamo dimenticare il sacrificio di tanti “vecchi” decimati dalla pandemia. Al riguardo, i numeri sono implacabili. Negli ultimi due anni sono morti più di 154 mila persone in Italia, con un tasso di letalità tra positivi al Covid19 del 10,4% nella fascia di età tra 60 – 69 anni, del 25,1% tra 70 – 79 anni, del 40,0% tra 80 – 89 anni, del 19,5% per gli over 90.

Oggi i dati consentono di guardare avanti con ragionevole ottimismo ma, dopo le amare esperienze di quattro ondate, non può sparire di botto la preoccupazione anche per il prossimo autunno, se la pandemia dovesse riprendere di nuovo vigore. Preferiamo leggere con obbiettività i dati che sono ancora alti, sia sui contagi che sui decessi, e l’annuncio del via al processo di ripresa alla normalità non deve indurre ad abbassare la guardia, ad accantonare la prudenza. Meglio continuare a seguire ancora per qualche tempo alcune semplici indicazioni di igiene pubblica e di buon senso che abbiamo ormai imparato a memoria, come mascherine e distanziamento interpersonale negli ambienti chiusi, come lavarsi spesso le mani, come aerare gli ambienti, come continuare a tracciare i positivi Covid19.

I contagi sono ancora elevati soprattutto tra bambini e ragazzi e i morti oscillano fra le 100 e 200 persone medie giorno. Pertanto, siamo consapevoli degli interessi economici del Paese, ma la ripresa è certamente più ripresa con una situazione sanitaria riportata alla quasi normalità, e non con i dati Covid19 ancora “fuori”, sia sui contagi che sui decessi. 
Si, siamo ottimisti ma con la prudenza che ci ha sempre contraddistinto. La quarta ondata è in fase discendente, con evidente riduzione della pressione ospedaliera e dei decessi, ma questo non vuol dire che il virus non circoli più e né, tantomeno, la fine della pandemia. Meglio evitare forzature che possono confondere le persone e rischiano di favorire comportanti prematuri.

E memori delle precedenti esperienze, il nostro pensiero è ragionevolmente rivolto anche al prossimo inverno. I prossimi mesi estivi di tregua dovrebbero essere spesi bene da Governo e Regioni, anche per prevenire e programmare un’eventuale piano “B”, qualora il risveglio della pandemia ritorni bruscamente con il prossimo autunno.

Alla luce proprio di questi dati, invitiamo pensionate, pensionati e cittadini a vivere la normalità con prudenza, consapevolezza e responsabilità. E se è pur vero che i vaccini si sono dimostrati il rimedio più efficace contro il Covid19 e che la variante Omicron si è dimostrata meno virulenta, tuttavia è opportuno prestare ancora sempre molta attenzione e cautela.

 

Fonte: pensionati.cisl.it

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