Age International e il contributo delle donne anziane nel mondo

In un rapporto molto interessante dal titolo “Older women: the hidden workforce”, pubblicato da Age International, viene affrontato un argomento troppo spesso trascurato e del tutto sottostimato, sia dalle agende politiche che dal mondo dell’informazione: quello del contributo vasto e complesso che le donne anziane globalmente corrispondono a famiglia, società ed economia.

Le persone anziane, nell’immaginario collettivo – ma anche nei linguaggi dell’economia – sono frequentemente considerate un “peso”: una “categoria” che “prende senza dare”. È una rappresentazione falsa, imprudente e del tutto ingenerosa.
Nel mondo, all’interno della popolazione più anziana, le donne costituiscono la maggioranza, e le ultrasessantenni, sono, di fatto, “parte integrante” dell’economia mondiale; si tratta, ciononostante, di una realtà che i governi – ma talvolta anche le persone loro più vicine – stentano a riconoscere, valorizzare e sostenere, ci dice il rapporto.
Inoltre, la raccolta dei dati sulle fasce di popolazione “in età lavorativa” solitamente taglia fuori le donne anziane dalle indagini; le rilevazioni non contemplano quasi mai la diversità presente all’interno delle fasce di età (soprattutto quelle più avanzate), sottostimano il lavoro informale e, quando si parla di assistenza, si concentrano solo sulle donne anziane che ne necessitano (escludendo le donne che invece forniscono assistenza). 
Le donne anziane hanno, tra i loro diritti umani, quello di vivere dignitosamente, mantenendo proprie aspirazioni e un proprio progetto di vita. Tuttavia, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, i diritti economici delle donne e il loro accesso alle opportunità a pari condizioni degli uomini rimangono spesso difficilmente accessibili o del tutto negati, con conseguenze rovinose per autonomia, benessere e serenità in età avanzata e rischi altissimi di incorrere in situazioni di povertà. 

Va aggiunto, ci ricorda il rapporto, che l’ageismo (o discriminazione nei confronti di una persona in ragione della sua età anagrafica) si interseca spesso con altre forme di discriminazione, che, nel complesso, espongono le donne anziane ad ulteriori pregiudizi e contesti di esclusione.

Pare che prima della pandemia, nei paesi a basso e medio reddito – quelli in cui si riscontrano maggiori criticità rispetto ai temi in questione – lavorasse circa una donna ultrasessantacinquenne su sette; nell’Africa Subsahariana erano due su cinque, rispetto a una su dieci nei paesi ad alto reddito. Sempre nei paesi a basso e medio reddito circa il 20% delle persone anziane percepisce una pensione, ma la maggior parte sono uomini
Il 2030 dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite è sempre più vicino e, in particolare in riferimento al Goal 5, diventa sempre più necessario fare attenzione a non lasciare nessuno indietro.

Il rapporto fornisce infine una serie di raccomandazioni politiche e invita governi e società civile a lavorare congiuntamente perché si creino le condizioni più favorevoli per cui le donne anziane possano continuare a contribuire – ma in maniera più libera, autonoma e maggiormente tutelata – al benessere sociale e all’economia, invitando altresì a superare gli stereotipi.
Si rende perciò sempre più necessario:

–    includere le donne anziane in tutte le politiche di sviluppo e di uguaglianza di genere;
–    combattere le forme di discriminazione legate al genere e all’età nel mondo del lavoro e includere maggiormente le donne anziane nelle iniziative finanziarie, di formazione e nei programmi di sostegno;
–    promuovere e migliorare i sistemi di protezione sociale;
–    migliorare la raccolta dei dati e le rilevazioni per fare in modo che vengano prese in considerazione le diverse realtà che caratterizzano le donne anziane;
–    ascoltare maggiormente la voce delle donne anziane. 

 

Fonte: pensionati.cisl.it