8 marzo - Sbarra: “Donne ucraine simbolo di lotta, resistenza e speranza”

In questo 8 marzo il nostro primo pensiero va alle donne ucraine che lottano per proteggere i propri bambini, difendendo con tutti gli strumenti possibili la loro terra da una violenta aggressione militare e dalla follia della guerra, come ha sottolineato domenica scorsa Papa Francesco. Sono loro il simbolo di lotta, resistenza e nello stesso tempo di speranza di questo otto marzo”. Lo ha detto oggi il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, all’iniziativa unitaria ‘Il protagonismo delle donne nella ripresa, per il Lavoro di qualità, in sicurezza’ organizzata al Cnel dei sindacati in occasione dell’otto marzo.

“La solidarietà e la vicinanza al popolo ucraino non può non essere il filo conduttore che collega le tante iniziative che il sindacato mette in campo oggi in tutta Italia, attraverso un sostegno forte, concreto e responsabile alla “resistenza” di tante donne e della popolazione ucraina. In questi due anni le donne hanno fatto anche da baluardo al Covid: come lavoratrici in prima linea nelle scuole e negli ospedali; nelle aziende e negli uffici come madri e come figlie di genitori anziani”, ha aggiunto il leader Cisl.

“Al tempo stesso, però, sono loro che hanno pagato il prezzo più alto della crisi, sia perché maggiormente inserite nei settori più colpiti, sia per il venir meno di una serie di servizi durante i periodi di chiusure. Ora bisogna rimettere l’occupazione femminile in cima all’agenda nazionale. È un dovere morale per un Paese come l’Italia che ha assoluto bisogno di includere milioni di persone, di fatto, tenute fuori dalle dinamiche di sviluppo individuali e collettive, escluse da un mercato del lavoro che, per componente femminile, ci vede fanalino di coda in Europa. L’occasione storica arriva dalle risorse del PNRR, che devono essere orientate secondo criteri concertati, affinché ogni euro, ogni progetto, ogni riforma sia vincolata alla creazione di lavoro di qualità per giovani e donne. La percentuale stabilita del 30% in sé non è elevata, tanto più che si tratta di una quota indifferenziata (giovani più donne) e rischia di non assicurare assunzioni sufficienti di lavoratrici.

Per questo crediamo che servano vincoli più stretti, anche per condizionare le assunzioni a forme contrattuali non precarie. Se il lavoro femminile non verrà messo al centro dell’azione pubblica, il Paese non uscirà mai dalla propria arretratezza. Le sfide che abbiamo davanti sono tante. Non solo occorre promuovere una maggiore occupazione femminile, ma è necessario garantire anche la permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Vanno aumentati in maniera significativa, e specie al Sud, i servizi alle famiglie per i bambini e gli anziani. Va fatto un enorme investimento sui nidi pubblici: non è possibile che a cinquant’anni dalla loro istituzione e pur con un calo demografico importante poco più del 10 per cento dei bambini vi trovi spazio. Allo stesso modo bisogna giungere rapidamente alla discussione parlamentare e al confronto con le parti sociali della legge quadro di riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti. I servizi restano uno snodo strategico e devono essere allargati a platee crescenti di persone in condizioni di fragilità.
Ma non basta esternalizzare il lavoro di cura, è altrettanto importante condividerlo tra i generi. E qui la sfida si fa pienamente culturale.

Ci sono poi ulteriori dimensioni in cui intervenire. Vanno consolidati gli incentivi per le aziende che assumono e formano lavoratrici, valorizzare il lavoro di cura e la maternità, anche istituendo una pensione di garanzia per le lavoratrici e forti sconti sui contributi previdenziali per ogni figlio. Si devono promuovere relazioni industriali costruttive e generative, capaci di promuovere una flessibilità negoziata che, favorisca la condivisione del lavoro di cura. La via è quella di congedi parentali consolidati e ben distribuiti tra generi e di uno smart working pienamente contrattuale che risponda a un utilizzo paritario tra lavoratori e lavoratrici.

Attraverso la contrattazione si può fare molto anche per prevenire le forme di discriminazione di genere, per supportare le vittime di molestie, mobbing e violenza nei posti di lavoro. La parola d’ordine è tolleranza zero con un forte investimento sulla prevenzione, la protezione delle vittime durante i percorsi di inclusione e una stretta sul versante repressivo. A latere di tutto questo, ma niente affatto secondario, c’è il tema della segregazione formativa nei percorsi di studio Stem, che esprimono le competenze più richieste e meglio retribuite. Contrattazione, legislazione e inclusione nel mercato del lavoro attraverso una governance partecipata degli investimenti sono direttrici fondamentali che come dicevo prima devono essere connesse a una quarta e decisiva dimensione: quella culturale. Significa riconoscere già dai banchi di scuola distorsione inaccettabile che assegna ingiustamente alla donna l’esclusiva responsabilità negli ambiti familiari.

Solo così, agendo su tutte queste leve, si infrange quel “tetto di cristallo” che oggi è solo scalfito. Le possibilità ci sono. Ci sono le idee, esistono buone pratiche di welfare negoziato e non mancano i soggetti, a cominciare dal sindacato, in grado di fare rete, di sviluppare strategie e azioni sostenibili per raggiungere questo storico e traguardo comune”.’

 

Fonte: cisl.it